Il mercante di Venezia

Il mercante di Venezia. Elsinor produzione

Un regista molto giovane e una lettura “moderna” del dramma di Shakespeare.

Al teatro Sala Fontana (incredibile quanti teatri ci siano a Milano un po’ diversi dai soliti noti) va in scena, con un formato dove anche la musica, l’ironia e la satira trovano spazio, l’opera del drammaturgo inglese.

Forse un po’ allungata nei tempi, ma l’opera è ben congegnata e ricalca quasi fedelmente la storia architettata da Shakespeare, scritta in pieno fermento creativo e, prova ne è, che le trovate e la creatività anche nella scena finale sorprendono sempre, anche chi ben conosce la storia.

Siamo alla fine del 16° secolo, e a leggerlo bene, questo dramma dove si contrappongono le religioni, le classi sociali, il commercio, gli ideali e i valori è ancora attuale e presente. Non a caso l’ambientazione di questa messa in scena è vicina ai tempi nostri, dove decadenza e perdita dei valori sono una costante a volte apparentemente inesorabile.

La scuola di provenienza di buona parte degli attori è il Piccolo Teatro e la qualità si vede, soprattutto in Irene Serini, nel ruolo di una Porzia assai vivace.

Le repliche finiscono oggi, ma penso ci sarà modo di rivederlo, magari la prossima stagione.

 

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Il grande cocomero

In un sabato milanese, obbligatoriamente passato in città e con temperature africane, ho rivisto dopo tanti anni questo film.

Per me non è solo rileggere pagine di esperienze legate alla psichiatria (il film è del 1993, ma è ancora più che attuale!).

L’epilessia che si manifesta come rifiuto e reazione e non come malattia congenita, l’incomprensione dei genitori, il silenzio che regna nel volto di una bambina che non trova altro modo di comunicare che non le sue crisi.

 

Ma ho sentito forte e commovente la voglia di vivere, il senso di esistere sempre e comunque, di meritarsi una vita che sia degna di questo nome, di un “posticino” dove ciascuno di noi abbia il suo benessere, e ovviamente non parlo di quello materiale.

Insomma, un po’ di sogno, un po’ di sofferenza, un po’ di energia e di speranza. Si, un giorno troverò un campo di cocomeri e aspetterò, e forse ci sono già dentro…

 

 

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Julieta

Rosso ovunque, in tutte le tonalità, nei momenti di tristezza come nei momenti di passione. Questo film mi è piaciuto; un dramma, dove domina l’assenza, la perdita, il silenzio, il non detto che fa male. Ah si, eccome se fa male! E quanto male fa l’assenza quando poi è improvvisa, quando non capisci, quando non ti resta altro che guardarti, aspettare, aspettarti.

Più brava di tutti Adriana Ugarte, la protagonista da giovane. E la sensualità di Almodovar, dietro a tante scene, dentro a tanti sguardi.

Merita di sicuro andare a vederlo: si riflette, si pensa, ci si guarda un po’ dentro.  Oltre al colore, da vero maestro anche certi tagli di inquadrature, sia nel paesaggio che nei personaggi. Se vi va, fatemi sapere cosa ne pensate. Buon cinema!

 

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Le elezioni

È inesorabile: ad ogni tornata elettorale ascolto, canto e ricanto questa canzone, un vero gioiello quanto ad ironia, intelligenza e interpretazione.

Ma, non abbastanza contento di quanto già mi farcisco di impegni, da tanti anni mi ritrovo anche a fare il presidente di seggio. Non so dirvi, sarà un forma di “partecipazione”, sarà una neppure troppo sottile vena di masochismo, ma è un qualcosa che faccio volentieri.

Mi affascina questo rituale, queste persone che passano, che partecipano, che esprimono in quei pochi secondi la principale forma di appartenenza a queste regole, a questa società. E quest’anno per chi ha lavorato ai seggi è stato un inferno. Io avevo 9 rappresentanti di lista (avete letto bene, NOVE). Ciascuna scheda scrutinata rischiava di diventare un calvario, per non parlare che il tutto avveniva dopo 16 ore ininterrotte di lavoro e in orario assolutamente consoni (le due o le tre di mattino). Insomma, fine lavori alle 6 di mattina, usciti con la luce del giorno che illuminava i palazzi intorni e tanta stanchezza. Grazie ai miei 5 compagni di viaggio (Anna, Francesco, Maria, Mattia, Silvia) Ma si, confesso anche con un po’ di soddisfazione. Per citare proprio il pezzo di Gaber, “come son giuste, le elezioni…”

 

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Fontanellato e labirinti

Una domenica fortunata dal punto di vista climatico, con amici in giro per scoperte.
Scoprire la Rocca Sanvitale a Fontanellato, e scoprire il Labirinto del Masone.

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La Rocca Sanvitale, un maniero di origine medioevale molto ben inserito in un paese tra Parma e Piacenza. Si accede solo con visite guidate; di rilievo, per quelli a cui piace quel periodo, la stanza affrescata dal Parmigianino (siamo nella prima metà del 16° secolo) chiamata anche la Stufetta di Diana e Atteone.
Una certezza assoluta la parte gastronomica; lo stesso paese è pieno di occasioni di assaggio e, per chi vuole godersi appieno quei sapori, e di pasti più che gratificanti.

La seconda parte della giornata l’abbiamo impegnata a visitare il Labirinto del Masone. Allora… non ho niente contro Franco Maria Ricci (un grande grafico ed editore con delle intuizioni che giustamente lo hanno premiato per la qualità e l’originalità): ma a noi questo labirinto in canne di bambù piantato in mezzo alla pianura e in mezzo al niente, non ha convinto affatto!
Il bambù non ha nulla a che fare con questa terra e l’idea del labirinto senza un minimo in più di creatività e di svago francamente ci ha lasciato un po’ interdetti.

Di certo anche qui l’originalità ha fatto la sua parte e non posso negare sia quanto meno curioso spingersi in questi spazi così ben disegnati ma… la sensazione è stata
proprio di visitare qualcosa fuori contesto, senza un suo “carattere”, senza un’anima che trasmettesse un po’ di vita. Scherzando, fermandoci sulla via del ritorno per incombenze familiari all’Ikea, ci siamo detti che alla fine forse anche il “labirinto” che si percorre all’Ikea è intellettualmente più chiaro, per non dire più onesto. Infine, i 18 Euro di biglietto ci sono sembrati decisamente sproporzionati e una barriera che non capiamo per chi magari viene con la famiglia (per la cronaca, un biglietto di ingresso alla Galleria degli Uffizi si compra a 16,5 Euro).

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Ho paura torero

L’ho letto tutto d’un fiato. Siamo nel Cile della dittatura, c’è chi si arrangia e prova a campare senza farsi notare, c’è chi per gioventù e per ideali è votato alla battaglia.

Un incontro impossibile e improbabile, ma pieno di emozioni, di silenzi che valgono più di mille parole, di attese, di sguardi e gesti dalle mille interpretazioni.

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Vivamente consigliato, soprattutto a chi piace il racconto di una passione vissuta dentro un’altra passione, quella per la libertà.

Mi permetto di “rubare” la bella recensione fatta da una mia amica di penna (o meglio, di social).

Recensione righevaghe.it

 

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TALKIN’ GUCCINI

Operazione coraggiosa: rendere omaggio ad un artista vivente e che da poco ha smesso di esibirsi in pubblico. Direi operazione riuscita! Le canzoni ben interpretate e reinterpretate, Flaco una presenza imponente, per la sua voce e il suo suonare la chitarra con leggerezza e maestria. E poi l’ambientazione, quella di un’osteria come quelle dove chissà quante serate e nottate il “maestro” ha passato e vissuto.

in particolare ho trovato una gran bella voce  quella di Andrea Mirò (confesso non sapevo essere anche la compagna di Ruggeri…). Ha affrontato davvero con grande talento un paio di canzoni senza accompagnamento musicale, e con i testi di Francesco non si scherza.

Finale coinvolgente, come può facilmente immaginare chi del maestro è un vero seguace. Teatro pieno, un buon segno!

Al Teatro Menotti di Milano sino al 4 giugno 2016.

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Perfetti sconosciuti

Un film ben pensato e che ha evitato accuratamente tutti i possibili luoghi comuni che potevano ricorre dato il tema. Una formula vincente, con un gruppo di amici che, come la luna nel film, ha una vita nascosta, parallela. Delicato, divertente, mai triviale, mai scadente.

Personalmente ammiro più di tutti Marco Giallini (Rocco, il padrone di casa). Ma anche gli altri davvero bravi, da Valerio Mastandrea a Anna Foglietta. Roma sullo sfondo ma non troppo, certi paesaggi e certe inquadrature sembrano fatte apposta per una serata un po’ decadente.

Andare a vederlo, certo può restare un po’ di amarezza e qualche fitta al cuore, ma il sorriso non manca e la realtà è anche questa.

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Una persona è per bene perché…

Ascoltate questo prezioso minuto di Saviano. Sta commentando l’intervista di Vespa al figlio di Riina. Secondo me, non è solo la mafia o la camorra a ragionare in questo modo… Anche noi spesso giudichiamo “giusti” quelli che ci fanno del bene, indipendentemente dal fatto se poi nella vita ne combinano di tutti i colori. Non siamo mafiosi, non siamo camorristi, ma spesso il senso di appartenenza che viviamo è quello a noi stessi e non a una comunità che con fatica si è data delle regole e chiede a tutti di rispettarle.

 

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Scusate se esito

Corviale. Un quartiere di Roma tristemente famoso per il degrado e la dimostrazione concreta della mala gestio delle risorse pubbliche. Una architetto coraggiosa studia la situazione, immagina se e come trasformare quell’enorme agglomerato di cemento e di fatica in una dignitosa zona romana che, per quanto periferica, sia vivibile e a misura d’uomo.

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Così Riccardo Milani (regista e marito di Paola Cortellesi) e la stessa Paola Cortellesi si ispirano alla storia di un tentativo (che sembra abbia ancora possibilità di andare a buon fine) di recuperare un quartiere nato sotto le migliore intenzioni ma poi rivelatosi un flop se non addirittura un ghetto.

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La storia scorre gradevolmente, la Cortellesi è immediata e brava. Raoul Bova limita i danni, Lunetta Savino sul suo registro sempre funzionante, Ennio Fantastichini un caratterista eccellente. Forse c’entra poco la parte di “emarginazione” dell’omosessuale, figlia di una necessità di “rimpolpare” qualcosa che avrebbe di sicuro funzionato comunque. Emozionante, in certi momenti…

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